Oggi intervistiamo Silvia Beccaria, artista torinese che realizza le sue opere con telai manuali utilizzando fibre tradizionali arricchite da inserzioni inusuali, del tutto estranee alle consuetudini tessili. Nel corso degli anni ha ideato tessuti non convenzionali intrecciando materiali diversi: seta, lana, lino, cotone, plastica, metalli, carta, lamine di alluminio e gomma, ricavando dalla materia stessa effetti singolari e inediti.

In perfetta simbiosi tra mente e mani, contro le regole ma al tempo stesso attenta all’eredità della tecnica tradizionale, Silvia indaga nel passato esprimendosi con linguaggi contemporanei, dando vita ad abiti-scultura, arazzi e straordinari gioielli ispirati a gorgiere storiche.

PE: In passato molte persone hanno scritto su di te in occasione di mostre, interviste, recensioni. Qual è la descrizione più efficace che è stata fornita del tuo lavoro?

SB: La recensione nella quale più mi sono ritrovata è quella di Ivan Serra, che ha scritto un testo (pubblicato per una mia personale, Lecce 2010, dal titolo “Aracne tra mito e contemporaneità”) che cito nella sua interezza perché penso abbia colto lo spirito del mio lavoro: “Dati esclusivamente un telaio e delle fibre, costruire una propria filosofia, una propria visione del mondo, una propria lingua con cui raccontare ed affabulare tanto l’esistente quanto l’esistibile. La traccia di un tema, il regolamento di un gioco, una temeraria sfida artistica. Silvia Beccaria la raccoglie, gioca con essa – con massima leggerezza come in tutti i giochi, con massima serietà come in tutti i giochi – e la rende un affascinante viaggio di virtuosismo e di ironia, di profondità e di capacità tecnica, di equilibri e soavità. La definizione di ‘fibra’ viene da lei estesa ad includere sia i materiali tradizionali della tessitura come lana, lino, stoffa, sia quelli mutuati da altri ambiti operativi come carta, gomma, plastica, metallo, celluloide e quant’altri, fino ad inserirvi anche spighe e foglie di grano secche. Comune denominatore fra i tutti: la tessibilità, la loro adattabilità al telaio, alla rigida flessibilità della trama e dell’ordito. È questo il metodo con cui Silvia costruisce la sua personale lingua, trasformando in grafemi i materiali così selezionati, rimescolandoli fra loro con la grammatica del telaio – macchina costruens rigorosa e tecnicamente ingabbiante, e dunque in grado di sprigionare creatività e fantasia filtrata ed esaltata da un meticoloso rigore operativo e da una straordinaria perizia tecnica […]. Sta in questo equilibrio dei contrari il fascino ed il vigore delle sue opere, il segreto grazie al quale ogni soggetto ed ogni possibile spunto di riflessione, dalla cucina al cinema, dalle culture extraeuropee a quelle radicate nel passato occidentale, dalle contraddizioni della contemporaneità al recupero di tematiche legate alla natura, viene ad essere giocato e reinterpretato con personalissima e riconoscibile cifra stilistica. Uno stile nel quale la cura del dettaglio, l’eleganza e la leggerezza appaiono ancor più stupefacenti nella considerazione che leggerezza e poesia vengono ottenute quasi negando e ribaltando la natura grezza e prosastica di molti dei materiali utilizzati, come se si riuscissero ad ottenere note flautate e vellutate suonando striduli strumenti sonori. Impossibile? Possibilissimo, invece, a patto che, come nel caso di Silvia Beccaria, si possieda una tecnica sopraffina e la convinzione di immaginarlo avverabile.”

PE: Cosa ti ha spinto ad apprendere l’arte tessile?

SB: Sono sempre stata affascinata dalla materia sulla quale le mani possono agire per ottenere una “forma”, e ho trovato nella tessitura lo strumento espressivo a me più congeniale. È una passione che ho scoperto da giovanissima, colpita dal veder crescere tra le mani un tessuto, partendo semplicemente da un filo. Dopo gli studi universitari, l’amore per le arti applicate mi ha portato a frequentare un corso biennale di progettazione tessile e ad approfondire per altri 6 anni le varie tecniche dell’arte tessile, dai tessuti popolari all’arazzo contemporaneo, alla fiber art, sotto la guida dell’ artista Martha Nieuwenhuijs. Alle prese con trame e orditi ho capito che quello era il mio vero mondo, e ci sono rimasta.

PE: Che cosa rappresenta per te il telaio?

SB: Il telaio è per me uno strumento dal suono bellissimo, che col suo ritmo lento riempie e accompagna le mie giornate e… colma un silenzio sonoro. È come una tela nuda a cui il pittore dà vita con forme e di colori. È come un foglio bianco a cui lo scrittore dà voce con le parole.

PE: Quali aspetti del tuo lavoro ami maggiormente?

SB: Quello che amo è l’opera finita, ma ancor più il percorso che compio per realizzarla. Mi piace sfidare la tecnica e trovare soluzioni per rappresentare al meglio il progetto attraverso nuove forme, colori e materiali, superando la rigidità della tecnica stessa. L’idea mi coglie di sorpresa, e mi accendo di entusiasmo per una ricerca sempre nuova e per una sperimentazione ancora inedita, attraverso l’uso di materiali industriali, di per sé anonimi e marginali, a cui pare difficile conferire una qualche qualità estetica. Passo poi all’esecuzione, e vedo crescere il tessuto filo dopo filo, che imprigiona la materia nell’ordito ma al tempo stesso la lascia libera di muoversi, suggerendo quell’effetto di tridimensionalità che ne costituisce il fascino.

PE: Le difficoltà che incontri?

SB: L’arte tessile, per varie ragioni storiche e sociali legate al tessuto, ricollegato tradizionalmente a una funzione pratica e al mondo femminile, ha avuto molta difficoltà a essere accettata come linguaggio di cui un artista può servirsi. La maggior parte delle persone associa la tessitura a un’arte minore. In realtà ci sono nel mondo bravissimi artisti tessili che lavorano i fili come lo scultore il marmo e il pittore forme e colori. La mia difficoltà maggiore sta nello sfatare quei pregiudizi nei riguardi di un’arte ritenuta più “povera”.

PE: Quali sono i temi che ispirano la tua ricerca artistica? In che modo li sviluppi nel tempo?

SB: Diciamo che tutte le mie creazioni sono “trame di racconti”, ora richiami all’Africa nera nei suoi più vividi colori, ora alla storia di un mitico Faraone, ora una celebrazione della Natura. Sicuramente la natura è al primo posto come fonte di ispirazione, perché è già di per se stessa, in tutte le sue manifestazione, un’opera d’arte. Le forme e i colori dei semi, le foglie, i frutti, gli organismi marini mi ispirano attraverso la loro bellezza, suscitando il desiderio di esprimere attraverso il tessuto ciò che evocano in me.

PE: Negli ultimi mesi sei stata catturata dal fascino delle fluorescenze marine. Vuoi raccontarci?

SB: Grazie a una mostra-concorso presso il Museo della Scienza di Napoli sul tema delle “diatomee”, ho scoperto un mondo di architetture naturali, di forme, di luci che risalgono dagli abissi, di microcosmi invisibili dall’infinita bellezza naturale, tessiture misteriose di forme e colori in continuo movimento ed evoluzione: veri e propri gioielli dell’acqua. Mi è sorto così il desiderio di rappresentare il mondo marino, dando vita a gioielli contemporanei e arazzi luminescenti che racchiudono quanto il mondo acquatico mi ha suggerito.

PE: Quali sono le tue prossime mostre in programma?

SB: Una personale presso la galleria 1Stile di Mantova, e un’altra personale il prossimo anno presso la galleria torinese Internocortile.

PE: Ti piace lavorare su progetto?

SB: Per me lavorare su un progetto diventa ovviamente uno stimolo sempre nuovo per la mia ricerca.

PE: In che modo ti piace relazionarti con i clienti?

SB: Mi piace molto poter raccontare al cliente il percorso compiuto per arrivare a creare l’opera.

PE: Il tuo sogno per il futuro?

SB: Il mio sogno per il futuro è che, in questo difficile momento storico, l’arte, la cultura, invece di essere così poco sostenuta, possa essere promossa con maggiore impegno e intensità, poiché il suo ruolo principale rimane quello di educare alla bellezza. Altro sogno è il poter continuare a fare il mio lavoro con amore e arrivare a farlo apprezzare a un pubblico sempre più ampio.

Tutte le immagini sono di Mariano Dallago eccetto: ritratto di Silvia Beccaria, foto di Letizia Toscano; opera Mal d’Africa, foto di Alessia Micheletti.

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